Social Innovation

Welfare aziendale: spunti per un dibattito ragionato

In questi giorni il welfare aziendale è tornato sotto i riflettori pubblici per il dibattito al Senato sulla proposta di raddoppio della soglia di esenzione dei fringe benefits (da 258,23 a 516,46 euro). Il claim ripetuto da più parti è chiaro: “aiuta le famiglie, aiuta i consumi e aumenta il gettito IVA”.

Vorrei proporre, invece, di adottarli come interrogativi per affinare gli strumenti del dibattito: aiuta le famiglie? Aiuta i consumi? Aumenta il gettito IVA?

Le aziende e i sistemi di welfare

Per iniziare dobbiamo collocare i beni e servizi che l’azienda mette a disposizione dei suoi dipendenti nel quadro generale dei sistemi di welfare nazionali.

Diamante del Welfare (Ferrera, 2006)

Per farlo ci affidiamo al Diamante del Welfare, lo schema che racchiude i quattro attori che assolvono il compito di garantire il benessere individuale: la Famiglia, il Mercato, il Terzo Settore e lo Stato.

Il Diamante consente di rappresentare gli equilibri nella sfera di protezione sociale garantita a ciascun individuo per ogni paese. In base a questi equilibri si possono avere sistemi in cui il benessere dei cittadini è garantito in misura prevalente dalla famiglia (è il caso dei modelli "familistici"di welfare diffusi nel sud Europa), oppure altri, tipicamente di matrice statunitense, in cui è attribuito maggior peso alla possibilità di spesa degli individui sul mercato.

Il welfare aziendale si collocherebbe in quest’ultimo sistema (ricordate? ne avevo parlato in questo articolo). Renderebbe, dunque, i cittadini sempre più dipendenti dal mercato e dalla loro posizione nello stesso.

Tuttavia, deve essere fatta una precisazione: gli equilibri sono in costante mutamento. Se, dalla seconda metà del secolo scorso si è affermato con forza il ruolo dello Stato e il riconoscimento dei diritti sociali, assistiamo oggi al proliferare di nuovi soggetti e vecchi attori che sempre di più occupano spazi lasciati vuoti.

Vuoi perché lo Stato non è riuscito a rispondere velocemente e in maniera adeguata a nuovi bisogni emergenti (pensiamo al caso dell’obsolescenza delle competenze di lavoratori disoccupati per cui si è creato un mercato di corsi di formazione non sempre finanziati da istituzioni pubbliche).
Vuoi perché gli effetti della crisi economica, dal 2008 in avanti, hanno portato molti paesi a rivedere i bilanci e la spesa pubblica.

Il welfare aziendale, che possiamo far risalire ancora prima della nascita dello Stato sociale, è così (ri)entrato come tema centrale nelle strategie pubbliche di riordino di questi equilibri.

"Non tutti in una volta e non una volta per sempre"

Così Norberto Bobbio nel suo "L'età dei diritti" del 1990 descriveva l’affermazione dei diritti e dello Stato di diritto.
Quanto più l’equilibrio tra gli attori del Diamante è lontano dallo Stato, tanto più i diritti, per come abbiamo imparato a conoscerli, vengono messi in discussione.

Le domande poste (provocatoriamente) all’inizio diventano rilevanti non solo per capire il ruolo del welfare aziendale nel contesto generale, ma anche per collocarsi.

Poniamo subito una questione: gli approcci sono quasi sempre quantitativi. Offre maggiori possibilità di spesa e aiuta le famiglie, e proprio perché sposta l’equilibrio verso il mercato, aumenta i consumi. Tuttavia, la sua diffusione sul territorio nazionale a macchia di leopardo favorirebbe determinati territori piuttosto che altri e colpirebbe una fascia di popolazione, i lavoratori subordinati, già ampiamente tutelati.

Insomma, posta la bontà delle pratiche ascrivibili al welfare aziendale, si tratta di lavorare sulla qualità degli interventi proprio per evitare derive “liberiste”, contrarie al sistema di valori su cui è costruita la nostra costituzione, e “utilitariste” che metterebbero a rischio i diritti così difficilmente conquistati.

Una traiettoria utile è quella del lavoro di rete (la nostra consulente Francesca Zucconi ne aveva scritto qui): considerare l’impresa come nodo centrale di una serie di altri nodi, ciascuno dotato di bisogni e risorse specifiche che devono entrare in contatto per generare innovazione. 

Vuoi approfondire? ti suggerisco questa lettura:

Maino F., (2013), Tra nuovi bisogni e vincoli di bilancio: protagonisti, risorse e innovazione sociale in A.A.V.V., Primo rapporto sul secondo welfare in Italia, Milano

Alberto Frasson
Alberto Frasson

Con una laurea in Scienze Giuridiche ed una in Politiche e Servizi Sociali, oltre ad esperienze lavorative in uffici di consulenti del lavoro e commercialisti, adotta uno sguardo alternativo sul Welfare Aziendale. Al momento collabora con Well-Work nella progettazione di servizi innovativi. Per questo cerca di andare fuori dagli schemi, dissentire e deviare; in una parola sperimentare soluzioni nuove per affrontare le sfide sociali del futuro. Non gli piace stare fermo e lo chiamano "Il Picchio" perché rompe fino a fare il buco!