Social Innovation

Welfare aziendale: abbiamo fatto abbastanza?

Possibile evoluzione del welfare tra territorio e comunità

L’annus horribilis, questo 2020 funesto, sta per tramontare con tutte le sue drammatiche scene che rimarranno nella memoria di tutti. Nel mentre ci apprestiamo a preparare i sobri festeggiamenti nella speranza del vaccino e della ripresa economica. Sono pochi coloro che, colossi dell’e-commerce e dell’ICT, continuano ad incrementare il distacco fatturando ogni anno cifre stratosferiche pari al PIL di alcune regioni europee.

Il 2021 inizia con tanti più ombre e dubbi di quelli che il 2020 ha generato. Cosa ne sarà del lavoro? E delle imprese? E come tenere insieme sviluppo economico, salute e ambiente? E i diritti sociali, sempre posti sotto la scure delle “risorse stanziate”? Chi si occuperà di chi è fragile in famiglia, dell’istruzione dei minori, delle pari opportunità per i disabili, degli anziani soli? Dubbi e questioni non altro che pietre di inciampo, ci fanno riflettere, guardare alle nostre spalle e tirare le somme. Ci accorgiamo solo allora che qualcosa non torna e che le narrazioni che abbiamo costruito attorno alle nostre azioni non funzionano più.

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Pensiamo per un attimo al Welfare Aziendale, così tanto portato alla ribalta in questo periodo di bisogni e risposte inefficaci. Un termine astratto quanto soggettivo, semplicemente utilizzato a sostegno di questa o quella iniziativa senza però andare a differenziare, segmentare, vedere nella complessità con l’effetto di rendere tutto un po' più simile laddove, invece, sarebbe bene considerare diversamente. È il tema dell’uguaglianza contro quello dell’equità:

  • Da un lato iniziative legittime delle aziende per risparmiare sul costo del personale (riconosciuto da più parti eccessivamente gravoso) attraverso l’erogazione di fringe benefits ai dipendenti.
  • Dall’altro iniziative innovative costruite con la partecipazione attiva dei dipendenti e che responsabilizzano la comunità attraverso la creazione di servizi per la conciliazione vita lavoro (pensiamo alle possibilità d’impiego di disoccupati).

Entrambe, semplicemente chiamate Welfare Aziendale.

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Si tratta, per il futuro, di imparare a distinguere un Welfare Aziendale statico che non innova a uno che crea relazione, legami, partecipazione all’interno del quale l’ascolto diventa un valore fondamentale e che ricomprenda le comunità, le persone, che cerca risposte anche laddove non sono così facilmente realizzabili. Non solo per i grandi ma anche per i piccoli. Non solo per chi ha le risorse ma anche per chi crede di averle finite. Un Welfare Aziendale Generativo per territori resilienti.

Alberto Frasson
Alberto Frasson

Con una laurea in Scienze Giuridiche ed una in Politiche e Servizi Sociali, oltre ad esperienze lavorative in uffici di consulenti del lavoro e commercialisti, adotta uno sguardo alternativo sul Welfare Aziendale. Al momento collabora con Well-Work nella progettazione di servizi innovativi. Per questo cerca di andare fuori dagli schemi, dissentire e deviare; in una parola sperimentare soluzioni nuove per affrontare le sfide sociali del futuro. Non gli piace stare fermo e lo chiamano "Il Picchio" perché rompe fino a fare il buco!