People Management Worklife Integration

Smart working. Home working. Remote working.

Francesca Zucconi Francesca Zucconi

La tecnologia ha aiutato molte aziende a gestire la fase uno, e sarà elemento fondamentale anche per l'organizzazione del prossimo futuro. Ma non è tutto oro quello che luccica.

C’era una volta un impiegato che ogni giorno si recava in ufficio e prendeva posto alla sua scrivania, su cui trovavano posto tutti gli strumenti di lavoro ma anche tutti gli oggetti personali che contraddistinguevano proprio il fatto che fosse la sua scrivania.

Con l’arrivo del COVID19 tanti impiegati hanno dovuto cambiare le loro abitudini e soprattutto le loro postazioni. E così via allo smart working, che poi tanto non smart non è perché nella sua accezione originale prevede modalità flessibili di svolgimento della prestazione lavorativa, cosa che in questa situazione non si è potuto verificare perché la postazione era fissa: a casa.

Così si è parlato di home working o remote working.

Questa modalità di lavoro ci accompagnerà per ancora molto tempo perciò è il caso di valutare attentamente tanti aspetti perché l’improvvisazione e l’impellente necessità di non recarsi in ufficio hanno trascurato tanti potenziali risvolti negativi che se trascurarti possono portare a seri disturbi per il lavoratore, alla sua salute e al suo benessere.

Tra gli aspetti che si tendono a sottovalutare ci sono i risvolti psicologici.

Il fatto che il lavoratore effettui la prestazione lavorativa al di fuori dell’ufficio lo porta ad essere nell’immaginario collettivo sempre disponibile e reperibile grazie alla tecnologia, comportando altresì la problematica legata allo stress causato da orari di lavoro eccessivi e non regolamentati e lo stress prettamente legato all’abuso della tecnologia.

Facciamo una premessa, ovvia ma indispensabile. Se è stato possibile continuare a lavorare in questo periodo pandemico lo dobbiamo sicuramente ai mezzi tecnologici, ma al tempo stesso, forse, non tutti i lavoratori sono stati adeguatamente formati al loro utilizzo e si possono trovare sopraffatti.

Il tecnostress è un disturbo causato dall’incapacità di gestire in modo sano le moderne tecnologie informatiche, e il lavoratore è costantemente a contatto con computer, telefoni, smartphone, tablet, senza contare il numero consistente di piattaforme di comunicazione. Una delle cause che può portare all’insorgenza di tecnostress consiste nell’information overload, la grossa mole di informazioni recepita dal lavoratore che può sfociare in un sovraccarico informativo-cognitivo rendendo difficile l’analisi e l’assimilazione delle informazioni ricevute portando alla riduzione della capacità di concentrazione dato l’elevato numero di stimoli contemporanei.

È vero che il datore di lavoro deve dotare il lavoratore di tutti gli strumenti idonei allo svolgimento della prestazione lavorativa, ma al tempo stesso deve dare l’opportuna formazione e informazione, senza considerare il diritto del lavoratore alla disconnessione, indispensabile perché possa recuperare energie e “staccare la spina”.

Si deve fuggire dal pensiero che il lavoro da casa sia non lavoro, perché questo genera nel lavoratore il dover dimostrare che invece lavora, rimanendo connesso e attivo molto più rispetto alla giornata trascorsa alla sua scrivania in ufficio.

Francesca Zucconi
Francesca Zucconi

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Pavia, inizia la sua attività lavorativa nell’ufficio risorse umane di un’importante azienda. Affascinata dal ruolo percorre l’iter che la porta all’abilitazione all’esercizio della professione di Consulente del Lavoro e relativa iscrizione all’albo dei Consulenti del Lavoro di Pavia nel 2015. Dal 2018 è Presidente dell’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Pavia.