People Management

Lo smartwoking con i piedi

Luca Furfaro Luca Furfaro

Lo smartworking è salito alla ribalta delle cronache quale mezzo per assicurare la continuità lavorativa e la sicurezza del personale dipendente. Confuso spesso con il telelavoro ha generato schieramenti contrapposti rispetto alla sua efficacia ed efficienza. Ha inoltre creato un fenomeno, battezzato southworking, di spostamento della forza lavoro da remoto.

Questa dinamica evolutiva, se così vogliamo chiamarla, ha avuto un accelerazione improvvisa che, come tale, ha destato preoccupazioni in chi viveva bene sul sistema precedente. Ecco quindi la rivolta dei centri cittadini che rivogliono indietro il loro status di centro dell’attività; ed ecco come attività e sistemi tarati su una continua presenza fisica richiedano il rientro seppure lo stesso non sia il miglior risultato possibile. In questa sorta di equilibrio di Nash si addossano al lavoro agile colpe non sue. Colpe invece che devono essere ricercate nell'arretratezza e nella scomodità di spostamenti o servizi, ed anche nell'arretratezza del welfare locale.

Se il Covid ha spinto il lavoro a diventare Smart, dobbiamo ragionare su cosa fare per rendere anche le città smart. Forse, se l’unico motivo per “vivere” in un determinato posto è il lavorarci, quella città perderà sempre di più interesse. Possiamo richiamare anche Charles Mills Tiebout che sviluppò un modello nel quale il cittadino insoddisfatto della politica adottata da una certa giurisdizione locale può dimostrare il proprio disaccordo, cioè le proprie preferenze, emigrando altrove.

Questo modello è anche noto come voto con i piedi.

In questo caso lo Smartworking ha sviluppato la possibilità di mobilità dei lavoratori, dando agli stessi la possibilità di scelta in base alle loro esigenze, ai servizi offerti ed ai costi sostenibili.

Secondo il modello dell’economista ogni giurisdizione locale dovrebbe produrre esattamente la gamma e la quantità di servizi necessaria per soddisfare le preferenze dei propri utenti. In quest’ottica quindi, più che demonizzare lo smartworking occorre verificare la propria offerta non solo in termini di servizi essenziali ma anche di vivibilità e sostenibilità per rendere smart i centri cittadini.

Di smart city, città intelligente, si parla da anni, ma spesso il termine è utilizzato in modo improprio collegandolo più che altro all’aspetto tecnologico.

Non occorre invece fermarsi a quello, ma immaginare una città che gestisce le risorse in modo intelligente, una città attenta alla qualità della vita e ai bisogni dei propri cittadini.

Insomma, comprendiamo la trasformazione, e se il lavoro è stato reso smart dal covid approfittiamone per rendere smart anche altre parti della nostra vita.

Luca Furfaro
Luca Furfaro

Consulente del lavoro con proprio studio, assiste le aziende nella gestione delle risorse umane. Iscritto all’Ordine dei consulenti del lavoro di Torino, laureato in scienze politiche all’Università degli studi di Torino, partecipa a convegni in materia giuslavoristica e scrive per alcune testate specializzate in materia lavoro. È stato docente per il Master in consulenza del lavoro organizzato dall’Università degli studi di Torino. Autore del libro “L’esperto in tasca – Fisco lavoro e Previdenza, Le novità del 2017” edito da Itedi, ha contribuito al libro “Non Bastavano i buoni pasto” ed è stato Autore dei libri “Decreto dignità - Le questioni controverse” edito da Giuffrè editore nel 2018 e "Welfare Aziendale" edito da Giuffrè Francis Lefebvre.