Social Innovation

Il welfare aziendale da scoprire

Piccola guida sui limiti dell’occupational welfare

Definire è come imbrigliare. Raccogliere informazioni sconnesse e raggiungere quella somma magica che contiene in sé tutti gli elementi senza tralasciarne alcuno. Un lavoro di lima che porta alla chiarezza espositiva per unire argomentazioni e pensieri di soggetti anche molto distanti. Il processo definitorio offre i suoi principali vantaggi nel campo scientifico permettendo confronto e comparazione di dati, ricerche e teorie. Potrebbe essere utile affrontare il tema da un’altra prospettiva. Per esempio ci potremmo interrogare sui soggetti che danno delle definizioni e come queste circolano, si consolidano o scompaiono.

Pensiamo a scienziati, filosofi e letterati ma anche a politici, giuristi, persone singole o collettività che costantemente coniano nuovi termini, modificano contenuti, si fanno sostenitori di questa o quella iniziativa di riforma. Richard Titmuss che appartiene in quanto sociologo alla prima categoria, conia tra gli anni ’50 e ’60 l’espressione “Occupational Welfare ad indicare tutti quei beni e servizi messi a disposizione dei dipendenti da parte delle aziende. Il suo intento era fare chiarezza, dunque definire, nel complesso panorama di interventi pubblici e privati; fiscali e legislativi del mondo volgarmente detto “sociale” a vantaggio del dibattito accademico. Da quel momento, in Italia, si è iniziato a parlare di Welfare aziendale adottandone la definizione dell’autore britannico; passando di bocca in bocca, di testo in testo, ha acquisito forza fino a diventare il solo modo di intendere gli interventi adottati dalle aziende. “Beni e servizi messi a disposizione dei dipendenti” inteso come processo unilaterale realizzato da una parte sull’altra di un particolare tipo di beni e servizi. Questi ultimi definiti semplicemente dagli articoli del TUIR.

Definire è come creare barriere. Chi sta dentro è conforme alla norma e può fregiarsi del “titolo” e non tutti, per il solo fatto di avere una forma giuridica diversa o dimensioni ridotte, possono entrarvi facilmente. Diventano devianti, esclusi. Le loro pratiche seppur nobili faticano ad affermarsi e, nel giro di poco, cessano di esistere a meno che qualcuno non le racconti; non affermi con forza la loro capacità di generare soluzioni fuori dagli schemi. Donare il tempo, collaborare, ascoltare, sostenere, sono tutte parole che non entrano direttamente nel dibattito ma che, forse, contribuiscono al benessere lavorativo più di altre iniziative di “Welfare Aziendale” (le virgolette sono, a questo punto, d’obbligo). Creatività e innovazione dovrebbero essere gli elementi fondamentali da mettere in gioco per intermediari, provider e consulenti per sfidare le soluzioni standardizzate che troppo spesso oscurano i nostri pensieri e le nostre azioni.

Alberto Frasson
Alberto Frasson

Con una laurea in Scienze Giuridiche ed una in Politiche e Servizi Sociali, oltre ad esperienze lavorative in uffici di consulenti del lavoro e commercialisti, adotta uno sguardo alternativo sul Welfare Aziendale. Al momento collabora con Well-Work nella progettazione di servizi innovativi. Per questo cerca di andare fuori dagli schemi, dissentire e deviare; in una parola sperimentare soluzioni nuove per affrontare le sfide sociali del futuro. Non gli piace stare fermo e lo chiamano "Il Picchio" perché rompe fino a fare il buco!