Social Innovation

Giustizie locali e ingiustizie globali

Teorie per affrontare la scelta delle categorie omogenee per la predisposizione di un piano di welfare aziendale

Jon Elster, in un libro pubblicato nel 1995, si interroga sulla distribuzione di beni scarsi e oneri necessari da parte delle istituzioni ed affronta, tra le altre questioni, il confronto tra “locale” e “globale” e le sue ripercussioni sulla possibilità di accesso a beni e servizi da parte degli individui.

Facciamo chiarezza sui termini. Quando l’autore si interroga sulla “giustizia locale” si riferisce a tutti i problemi allocativi di un “bene scarso” (o di un onere necessario) tra un “flusso di candidati” che qualsiasi istituzione, sia essa un ente locale o un’azienda, devono affrontare. Il Welfare Aziendale è un tipico caso di giustizia locale trattandosi di risorse limitate che devono essere distribuite alla popolazione aziendale, individuata nel complesso o per categorie omogenee. Le scelte, insomma, sono di due tipi: o adottare un principio egualitario tale per cui si attribuisce a ciascun dipendente lo stesso importo (con il rischio di favorire chi gode di una posizione di maggior vantaggio) oppure selezionare delle categorie in relazione al bisogno o al merito (in cui acquisiscono rilievo le posizioni di valore della compagine sociale). Se, tendenzialmente alla prima opzione occorrono i contratti collettivi prevedendo un importo generale per tutti i lavoratori (si veda il rinnovato contratto collettivo nazionale per i lavoratori addetti all’industria metalmeccanica privata e alla installazione di impianti) più spesso la singola azienda opta per la divisione in categorie e la variazione di importi per ciascuna. Scelte “locali” che possono avere ripercussioni “globali” per gli individui e che Elster ci aiuta a tematizzare.

Prendiamo un’azienda metalmeccanica con 32 dipendenti, che mette a disposizione del personale i 200€ così come previsto dal CCNL applicato, aumentato di 50€. Il principio adottato è puramente egualitario e nell’intento dell’azienda c’è la necessità di rimarcare il senso di appartenenza trasversalmente tra tutti i dipendenti. Tuttavia, si possono celare molti “effetti secondari”. Mettiamo che dei 32 dipendenti 5 abitino a 40 Km di distanza dal luogo di lavoro e che spendono tutto il credito in buoni benzina non migliorando, così, la loro situazione di benessere, legata più allo stress quotidiano del viaggio. Altri 2 hanno genitori anziani ed utilizzano il credito welfare per rimborsare le spese delle prestazioni domestiche di una vicina cooperativa sociale. Possono farlo perché abitano vicini all’azienda e possono decidere di spendere il relativo importo per le necessità di cura quotidiane alleviando, in parte, le loro responsabilità di cura. Altri ancora, vicini all’età pensionabile, non hanno capito bene come dovrebbero utilizzarli, nonostante la formazione, e lo spendono dopo continue comunicazioni da parte dell’azienda.

Torniamo, però, ai 2 dipendenti con genitori anziani. Nei fatti, per il bisogno di cui sono portatori potrebbero accedere alle prestazioni domiciliati della vicina struttura sanitaria solo che “non sono così gravi” da accedere con priorità alle prestazioni e vengono inseriti in lista di attesa. Rivolgendosi alla vicina cooperativa sociale scoprono che il loro ISEE li colloca nella fascia di costo intermedia tale per cui devono pagare, per avere un operatore sociosanitario garantito almeno 4 volte a settimana, 1000€ al mese. Per non parlare della vicina struttura sanitaria per anziani con un servizio di mezza pensione. Elster conclude che singole scelte  “locali” nel rispetto di una qualche concezione di giustizia (l’azienda che eroga il credito welfare sulla base del principio egualitario, la struttura sanitaria regionale che decide di attribuire la priorità secondo una scala del bisogno e le strutture per anziani private che si basano anche sulla situazione ISEE favorendo chi si trova in una situazione economica di svantaggio) generano delle “ingiustizie globali” che, spesso, influiscono su una fascia intermedia, grigia di popolazione. Ovvero, quasi tutte le istituzioni tendono ad interpretare il loro ruolo come quello di fornitori specializzati di servizi specifici piuttosto che come quello di promotori del benessere complessivo. “Se sono consapevoli di un quadro più ampio, lo lasciano ad altri” favorendo il rischio di esclusione sociale. La mancata coordinazione e visione prospettica al di là dei propri confini (siano essi individuati per materia o per territorio) comportano, perciò, una situazione di svantaggio per determinate categorie di individui.


Riferimenti

Elster, J. (1995), Giustizia locale. Come le istituzioni assegnano i beni scarsi e gli oneri necessari, Milano, Feltrinelli

Alberto Frasson
Alberto Frasson

Con una laurea in Scienze Giuridiche ed una in Politiche e Servizi Sociali, oltre ad esperienze lavorative in uffici di consulenti del lavoro e commercialisti, adotta uno sguardo alternativo sul Welfare Aziendale. Al momento collabora con Well-Work nella progettazione di servizi innovativi. Per questo cerca di andare fuori dagli schemi, dissentire e deviare; in una parola sperimentare soluzioni nuove per affrontare le sfide sociali del futuro. Non gli piace stare fermo e lo chiamano "Il Picchio" perché rompe fino a fare il buco!