Lavoratore

DPI e mascherine chirurgiche

Rinaldo Sandri Rinaldo Sandri

Insieme ai guanti, le mascherine sono tra i DPI più comunemente utilizzati in queste ultime settimane.

NEL DOVERE DI AVER CURA DELLA SAUTE DI CHI LAVORA spero possa essere di interesse, alla luce del nuovo Protocollo, offrire alcune informazioni  sull’uso della mascherina chirurgica che  assume maggiore importanza  in quanto obbligatorio non solo ove si operi a meno di 1 mt da un collega ma anche se si condividono spazi comuni: per approssimazione oltre a quelli evidenti (mensa, spogliatoi, servizi igienici, sale fumatori, sale riunioni, aree relax, aree ristoro), permane il dubbio su come intendere aree produttive con più persone, es. zone montaggio o confezionamento, e uffici.

Come sapete le mascherine si dividono in:

  • Generiche: non marcate CE e non soggette a norme tecniche
  • Chirurgiche: marcate CE e conformi alla direttiva 93/42 (che da maggio sarà sostituita dal Regolamento 2017/745) ed alle norme UNI EN ISO 14683 e UNI EN ISO 10993
  • FFP1/2/3 con o senza valvola: marcate CE e conformi al Reg. 2016/425 ed alla norma UNI EN 149

Alla luce di quanto normato questa è la situazione:

  • Ove si debba lavorare a distanze inferiori al metro: obbligo di uso di chirurgiche o di FFP2/3 senza valvola (quelle con valvola non filtrano l’aria in uscita quindi sarebbe meglio evitarle)
  • Negli spazi comuni: obbligo di uso di chirurgiche o di FFP2/3 senza valvola
  • Ove si possa lavorare a distanza superiore al metro, fuori dagli spazi comuni: non obbligo di mascherine, possibile utilizzo anche di mascherine generiche (chiaramente se mi devo recare in spazi comuni devo usare una chirurgica o una FFP2/3)
  • In uffici singoli o in auto non ad uso promiscuo: non obbligo di mascherine, possibile utilizzo anche di mascherine generiche
  • Per chi prende la temperatura, per addetti emergenze, per chi entra in contatto con esterni, per gli addetti primo soccorso: obbligo di uso di FFP2/3 senza valvola

Le FFP1, non avendo idonea protezione in uscita e in ingresso sono inefficaci contro il COVID, sono equiparabili alle generiche e possono essere utilizzate garantendo la distanza di 1 mt fuori dagli spazi comuni.

In questi giorni si moltiplicano le difficoltà a reperire sul mercato le mascherine (chirurgiche e FFP2/3) che abbiamo i requisiti per essere definite a norma anche alla luce di documentazione a corredo spesso incompleta e non conforme.

Per essere commercializzate ed usate le mascherine devono avere questi requisiti:

CHIRURGICHE:

devono essere marcate CE e devono avere una DICHIARAZIONE DI CONFORMITA’ CE a firma del produttore e/o dell’importatore riportante le norme UNI EN ISO 14683 e UNI EN ISO 10993 o avere l’autorizzazione del Comitato Tecnico Scientifico nazionale/regionale o dell’ISS.

MASCHERINE FFP2/3:

devono essere marcate CE e devono avere una DICHIARAZIONE DI CONFORMITA’ CE a firma del produttore e/o dell’importatore riportante la norma UNI EN 149 o devono avere l’autorizzazione dell’INAIL.

Infine, mi permetto alcune considerazioni coerenti con il dovere del Datore di lavoro di trattare a fine vita i dpi e le mascherine in coerenza con le previsioni di cui al D.lgs. 152/06.

Infine, mi pare coerente evidenziare qualche riflessione anche sul modo con il quale i dpi e le mascherine debbano essere trattati a fine vita ricordando come in questi giorni sia stato scritto che i rifiuti costituiti da DPI usati provenienti da unità produttive non debbano essere classificati con il codice CER/EER 18.01.03* in ragione del collegamento esclusivo a “rifiuti prodotti dal settore sanitario e veterinario o da attività di ricerca collegate”.

L'Istituto Superiore di Sanità (ISS) nella recente pubblicazione Indicazioni ad interim sull’igiene degli alimenti durante l’epidemia da virus SARS-CoV-2 (19 aprile 2020) ha precisato che: "La trasmissione del SARS-CoV-2, avviene prevalentemente mediante il contatto interumano tra persona e persona, attraverso l’inalazione di micro-goccioline (droplets), di dimensioni uguali o maggiori di 5 μm di diametro generate dalla tosse o starnuti di un soggetto infetto. Tali droplets generalmente si propagano per brevi distanze, e possono direttamente raggiungere le mucose nasali od orali o le congiuntive di soggetti suscettibili nelle immediate vicinanze, oppure depositarsi su oggetti o superfici. Se gli oggetti e le superfici vengono contaminati da droplets o direttamente da secrezioni respiratorie (saliva, secrezioni nasali, espettorato), il virus si può trasmettere indirettamente, attraverso il contatto delle mani contaminate con bocca, naso e occhi". 

Il rischio che le mascherine, i guanti e gli indumenti protettivi possano essere veicoli di trasmissione del contagio deve essere quindi valutato, secondo i criteri di precauzione [sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea (Decima Sezione) 28 marzo 2019 - cause riunite da C-487/17 a C-489/17]., anche se non è ancora noto per quanti giorni possa sussistere.

Deve essere osservato, infine, che il Regolamento europeo sulla classificazione dei rifiuti n. 1357/2014 dispone che: "l'attribuzione della caratteristica di pericolo HP 9

è valutata in base alle norme stabilite nei documenti di riferimento o nella legislazione degli Stati membri". Non vi sono quindi norme europee sovraordinate in materia e, pertanto, devono essere applicate le norme nazionali.

Per ciò che interessa il criterio della specialità (lex specialis derogat generalicomporta l’applicazione della norma speciale (il DPR 254/2003) e non di quella generale (il D.Lgs. 152/2006) e la prima dispone, all'articolo 15 - Gestione di altri rifiuti speciali, che:

"1. I rifiuti speciali, prodotti al di fuori delle strutture sanitarie, che come rischio risultano analoghi ai rifiuti pericolosi a rischio infettivo, ai sensi dell'articolo 2, comma 1, lettera d), devono essere gestiti con le stesse modalità dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo. Sono esclusi gli assorbenti igienici".

I rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo sono definiti, dall'articolo 2. comma 1, lettera d), del DPR 254/2003 come:

"i seguenti rifiuti sanitari individuati dalle voci 18.01.03 e 18.02.02".

I rifiuti sanitari individuati dalla voce 18.02.02 dell'elenco europeo dei rifiuti di cui alla Decisione 2000/532/CE, come modificata dalla Decisione 2014/955/UE, appartengono alla classe "rifiuti legati alle attività di ricerca, diagnosi, trattamento e prevenzione delle malattie degli animali", per questo motivo non v'è alcun dubbio che ai rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo debba essere attribuito il codice: 18 01 03* rifiuti che devono essere raccolti e smaltiti applicando precauzioni particolari per evitare infezioni.

Rinaldo Sandri
Rinaldo Sandri

Mi occupo di diritto penale industriale, ed in particolare della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, dell’ambiente, della sicurezza degli alimenti e come attività di coordinamento ho maturato una importante esperienza nella realizzazione di Modelli Organizzativi utili alla prevenzione della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi del D.Lgs 231/01.