Social Innovation

Determinismo positivista e paradigma digitale nelle politiche sociali

Riflessioni attorno alla crescente importanza del “digitale” nei progetti sociali.

Il Next Generation EU, il piano di sostegni approvato dall’Unione Europea per ricostruire il vecchio continente dopo la pandemia, focalizza la distribuzione dei fondi su tre elementi: la transizione ecologica, la resilienza e la digitalizzazione. Seppur questi elementi siano strettamente interconnessi intendo affrontare nelle prossime battute il tema digitale e di come la sua costruzione semantica possa influire notevolmente sulla realizzazione di prodotti e servizi ad impatto sociale.

Digitale è: calcolo, codice, trattamento automatico delle informazioni. Da cui, digitalizzare, trasformare un set di informazioni analogiche in codice (tendenzialmente binario) affinché possa essere letto e manipolato da un calcolatore. Ciò permetterebbe maggiore velocità di calcolo ed elaborazione delle informazioni; capacità di stoccaggio di grandi quantità di informazioni; portabilità e trasferibilità delle stesse. Velocità, quantità e portabilità: in una parola Smart.

Tuttavia, le informazioni non possono transitare immediatamente dall’analogico al digitale. Serve un processo di selezione e manipolazione che viene svolto da individui tanto diversi quanto essenziali: dai minatori che estraggono le “terre rare” per costruire l’hardware, al programmatore che dona vita ai microprocessori; dall’utilizzatore o semplice operatore del software all’analista di dati e informazioni. Professionisti ad alto contenuto tecnico ed operai delle industrie minerarie che prendono parte ad un processo non solo tecnologico. La migrazione e la trasformazione di informazioni di un mondo, in una nuova forma di scrittura comporta delle scelte, dei salti e delle necessità di semplificare (sulla quale molto è stato fatto dall’inizio del processo); una volontà di sacrificare spicchi di vita spinti dall’imperativo positivista del progresso: il digitale è sempre bene; il futuro è digitale; il digitale è il nuovo mondo.

Una rivoluzione non solo tecnologica quanto, più opportunamente, mentale in quanto capace di generare nuove forme di umanità. Cambia la demografia urbana, la postura quotidiana, la percezione del mondo e delle relazioni. Fattori sui quali l’epidemia ha accelerato l’esposizione di ciascuno (molto ben rappresentato dal neologismo Onlife di Luciano Floridi) e la prolificazione di piattaforme online quali aggregatori e intermediari tra domanda e offerta. Piazze di incontro per le persone, dove transitano beni e servizi, informazioni e dati sensibili. Isole caraibiche (perché devono essere belle e rilassanti) con hotel e negozi di souvenir (se sono accoglienti e ricettive catturano il tuo tempo). Un paradiso apparente che nasconde l’interesse e la razionalità dell’Homo oeconomicus

Le politiche sociali e i progetti che via via sono stati avviati per uscire dalla crisi hanno sposato queste soluzioni. Le cartelle cliniche sono diventate digitali, così come l’accesso ai servizi, alle prenotazioni e alle visite (consulti psicologici a distanza, telemedicina, gruppi di ascolto via webcam etc.). Sono nate diverse piattaforme per gestire questo o quell’intervento che non sempre hanno avuto un seguito. Le procedure sono state standardizzate anche per la necessità di dialogare con gli strumenti tecnologici. Sempre più utilizzatori “inconsapevoli” e ignari; senza controllo ma assuefatti dal senso di scoperta e dalla apparente semplicità. Non si vuole sostenere un’accusa al digitale quanto riflettere sui contenuti e sulle modalità con cui questo, spesso, viene declinato nella realtà. È necessario uscire dalla logica normativa del digitale e imparare ad immaginare mondi (e modi) diversi per affrontare un problema sociale. Bisogna conoscere in profondità i beneficiari, il contesto, il problema da affrontare. Non affidarsi solo alle competenze tecniche e scientifiche ma incontrare i “saperi indigeni”, le persone che vivono quotidianamente il problema per farsi guidare. Immaginare, ad esempio, che una piattaforma digitale per spiegare un problema e prenotare una visita, o che ti risponde in automatico dandoti la risposta, annichilisce l’uomo e le sue speranze in una dimensione di inferiorità e incapacità. Immaginare che il processo di aiuto sia lento e graduale, non una risposta immediata e automatica a tutti i problemi. Si tratta di addomesticare il digitale ad una nuova dimensione umana che lo riconduca nei suoi alvei di strumento e non di verità.


Riferimenti:

Baricco, A. (2018), The Game, Einaudi, Torino

Floridi, L. (2017), La quarta rivoluzione. Come l'infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano

I “saperi indigeni” sono richiamati nella definizione internazionale del Servizio Sociale reperibile al seguente indirizzo: https://www.ifsw.org/what-is-social-work/global-definition-of-social-work/

Alberto Frasson
Alberto Frasson

Con una laurea in Scienze Giuridiche ed una in Politiche e Servizi Sociali, oltre ad esperienze lavorative in uffici di consulenti del lavoro e commercialisti, adotta uno sguardo alternativo sul Welfare Aziendale. Al momento collabora con Well-Work nella progettazione di servizi innovativi. Per questo cerca di andare fuori dagli schemi, dissentire e deviare; in una parola sperimentare soluzioni nuove per affrontare le sfide sociali del futuro. Non gli piace stare fermo e lo chiamano "Il Picchio" perché rompe fino a fare il buco!