Case History: il villaggio di Crespi d’Adda

Collocata in un cuneo naturale delimitato da due fiumi, l’Adda e il Brembo, e storica terra di confine, tra il Ducato di Milano e la Serenissima, sorge la fabbrica della famiglia Crespi. Quando Cristoforo Benigno Crespi, nel 1878, deve acquistare dei terreni per avviare la propria industria, individua in quella “terra di nessuno” il luogo ideale per insediare la propria attività. La prossimità ai corsi d’acqua era essenziale per impostare le attività produttive e la quasi totale destinazione agricola dei terreni fornì il capitale lavoro.

credit to Archivio Storico di Crespi d’Adda – città di Capriate San Gervasio  www.visitcrespi.it

Storia

Quando avviò la sua avventura il signor Crespi non era più nel fiore degli anni. Proveniva da una famiglia di commercianti e aveva attraversato diversi fallimenti personali. Dopo un viaggio in Inghilterra e l’incontro con alcune innovazioni tecnologiche, tenta invano di introdurre quanto appreso nel cotonificio Turati presso il quale lavora. Il rifiuto da parte di quest’ultimo di ospitare le sue idee oltre ad altre esperienze fallimentari lo portano alla scelta di fondare la sua industria godendo anche di una serie di fortunate coincidenze. Alla sua fabbrica sono immediatamente affiancati due casermoni atti ad ospitare gli operai provenienti dalle campagne. Il legame con il territorio, con la forza lavoro e la costruzione delle prime strutture vengono sintetizzati in un rapporto funzionale: le persone servono alla fabbrica e dunque devono essere messe nelle condizioni di poter lavorare.

La svolta avviene con il figlio di Cristoforo, Silvio, che già all’età di 22 anni diventa il direttore dello stabilimento e da avvio ai progetti con cui prenderà forma il villaggio operaio come lo conosciamo oggi. Non solo astro imprenditoriale quanto anche politico affermato (sarà delegato italiano per la conferenza di pace di Versailles che pose fine alla Prima Guerra Mondiale), assieme al padre forma l’idea di offrire a tutti i dipendenti una villetta con orto e giardino. Questi ultimi due elementi erano essenziali per rendere docile la transizione del popolo contadino verso il mondo dell’industria; permettere loro di mantenere abitudini e immagini agresti.

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La struttura e i servizi

Alle case con giardino si aggiunsero col tempo le strutture che diedero forma e sostanza all’impianto villaggio nel suo complesso. Il castello dalle forme neogotiche situato a fianco della fabbrica dal quale i Crespi potevano vegliare con occhi paterni all’attività lavorativa e del villaggio. La chiesa posta dinnanzi per coniugare il potere del capitale con quello spirituale. E poi tutte le costruzioni a vantaggio dei dipendenti quali l’ospedale, il teatro, la scuola, i bagni pubblici… L’interesse per la proprietà era duplice: da un lato rafforzare l’emancipazione della classe borghese attraverso forme nuove di intendere la fabbrica e il lavoro; dall’altro garantire la produzione posto che un lavoratore forte e in salute potrà mettere tutte le energie nel lavoro. L’interesse in questa direzione è confermato da un lavoro dello stesso Silvio pubblicato nel 1894 dal titolo “Dei mezzi per prevenire gli infortuni e garantire la vita e la salute degli operai nell’Industria del cotone in Italia”.

Al di fuori delle strutture, le forme di assistenza agli operai erano totali. L’azienda garantiva l’illuminazione pubblica e si dotò di una linea telefonica privata diretta su Milano. L’azienda copriva tutte le spese di istruzione dei figli degli operai che frequentavano la scuola del villaggio. L’azienda, ancora, aveva costituito un’assicurazione e previsto un medico disponibile a visitare a domicilio operai e famiglie.  

Oggi, molti di questi interventi sono ricompresi nel Welfare Aziendale e componevano, allora, dei lumi per coloro che vi lavoravano. Furono però anche le concause della crisi: quando nel 1929 il crollo finanziario della borsa americana produsse i suoi effetti sul vecchio continente, i Crespi dovettero cedere la proprietà. Da quel momento la sorte del villaggio si fece incerta, sospesa tra diverse proprietà e alterne fortune, fino alla chiusura definitiva nel 2003. Vivono ancora quei luoghi i parenti dei primi dipendenti.

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Dentro e fuori un esperimento totalitario

L’esperimento del villaggio crespino, seppur nel suo breve percorso, realizza una convivenza totalizzante tra proprietà e lavoro. Gli operai vivevano per la fabbrica, erano accuditi e disponevano di tutti i servizi necessari per vivere (molto meglio di altri operai non nella loro situazione) e anche nella morte erano destinati a restare sotto lo sguardo paterno del mausoleo Crespi.

Una istituzione totale si regge sull’armonia tra una razionale organizzazione delle funzioni produttive e la bellezza dei luoghi. Gli edifici erano curati, decorati e seguivano linee precise adattandosi al paesaggio che via via veniva creandosi. Il rosso dei mattoni e l’intonaco chiaro davano l’essenza di un villaggio a misura d’uomo in cui tentare quel punto d’incontro tra esigenze dell’impresa e dei lavoratori. Scrive, infatti, Silvio Crespi all’inizio del suo trattato che la responsabilità degli imprenditori è

incalcolabile, come immensa la latitudine del loro dovere, il quale consiste nel conciliare le necessità dell’industria colle esigenze della natura umana, in modo che i progressi dell’una non siano mai per inceppare lo sviluppo dell’altra”.

L’abitazione era la prima necessità per garantire il benessere dei lavoratori e la salubrità doveva essere perseguita con ogni mezzo. E la bellezza è parte integrante di questo disegno.

Anche nel periodo del suo massimo splendore il villaggio operaio poteva ospitare solo un sesto di tutta la forza lavoro necessaria a portare avanti la fabbrica. Vi era, dunque, chi beneficiava di determinati privilegi e chi no: inclusi ed esclusi. Non vi furono mai proteste e disordini che sfociarono in episodi di violenza, anche se le differenze potevano risultare notevoli (l’attribuzione delle case era sottesa ad un mero criterio cronologico: chi prima arriva meglio alloggia). Eppure, un’evidenza tra il dentro e il fuori possiamo sottolinearla: gli abitanti di Crespi d’Adda diventarono una comunità “passiva”. A tutto provvedeva l’azienda annullando le capacità delle persone di adattarsi, rendersi attivi di iniziative volte al cambiamento e comprimendo le possibilità di affrontare le crisi. La fermezza delle strutture e la razionalità dell’ambiente rendevano vacuo lo scorrere del tempo.

Oggi quei luoghi hanno voglia di riscattarsi anche grazie all’inventiva dei giovani che sono vissuti delle storie dei nonni. Grazie a loro, all’Associazione Crespi d’Adda e al presidente Giorgio Ravasio possiamo raccontare queste storie e vedere rifiorire le bellezze d’Italia. Il successo di chi vive è immaginare cosa sarà raccontato nel futuro.

Alberto Frasson
Alberto Frasson

Con una laurea in Scienze Giuridiche ed una in Politiche e Servizi Sociali, oltre ad esperienze lavorative in uffici di consulenti del lavoro e commercialisti, adotta uno sguardo alternativo sul Welfare Aziendale. Al momento collabora con Well-Work nella progettazione di servizi innovativi. Per questo cerca di andare fuori dagli schemi, dissentire e deviare; in una parola sperimentare soluzioni nuove per affrontare le sfide sociali del futuro. Non gli piace stare fermo e lo chiamano "Il Picchio" perché rompe fino a fare il buco!