Credito welfare diversificato e chiarimenti

La Direzione regionale Lombardia dell’Agenzia delle Entrate ha risposto ad un interessante interpello in materia di Welfare erogato ai lavoratori dipendenti sotto forma di credito da utilizzare in apposita piattaforma.

L’interpello n. 904-791/2017 riguarda infatti il cosiddetto credito welfare (ossia quel paniere di benefits diffuso alla generalità dei dipendenti) e la sua imponibilità, considerando inoltre la particolarità che il valore del credito welfare possa risultare diversificato da dipendente a dipendente in funzione dei risultati raggiunti.

La Direzione Regionale interrogata, innanzitutto, ha ribadito che il co. 2 dell’art. 51 del TUIR prevede l’elencazione tassativa delle somme e dei valori che, benché percepiti in relazione al rapporto di lavoro dipendente, non costituiscono reddito di lavoro dipendente né ai fini fiscali né ai fini contributivi.
Tra queste voci rientrano anche i servizi messi a disposizione dei dipendenti e dei loro familiari tramite strutture esterne all’azienda, come possono essere ad esempio quelli previsti come welfare aziendale.
L’Agenzia in sostanza afferma che le somme erogate con le caratteristiche del credito welfare non sono imponibili e quindi rientranti nelle fattispecie di cui ai co. 2 e 3 art. 51 del TUIR. 

Per raggiungere questa conclusione, l’Agenzia ha concentrato la propria analisi sul presupposto che il piano di welfare in commento non fosse ad personam, ma rispettasse i criteri di generalità o categoria di dipendenti a cui rivolgersi. 

Già in precedenza, a tale proposito, un intervento del Ministero delle Finanze (circolare 326/E del 1997) aveva chiarito che con “generalità dei dipendenti o categorie di dipendenti” si intende la generica disponibilità verso un gruppo omogeneo di dipendenti, anche se alcuni di questi non fruiscono di fatto delle opere o servizi o delle somme. 
Questo non era cambiato con le modifiche apportate all’articolo 51 del TUIR in merito al welfare da parte della legge di stabilità 2016, confermato peraltro dall’Agenzia delle Entrate con la circolare 28/E del 2016.

Il criterio della generalità vale, quindi, anche quando il credito welfare sia subordinato al raggiungimento di determinati obiettivi di performance aziendale ed individuali, oppure sia attribuibile e variabile nell’ammontare in funzione del livello di ottenimento di tali obiettivi.

Infine, l’Agenzia specifica che qualora il lavoratore non acquisti beni e servizi per il valore complessivo del credito welfare, il datore di lavoro non è tenuto in alcun modo ad erogare il corrispettivo monetizzato dell’importo residuo non utilizzato, perché il “Credito Welfare” coincide unicamente con l’opportunità di fruire di beni e servizi.

Quindi se il credito welfare è offerto alla generalità, o almeno a categorie omogenee di dipendenti, e lo stesso credito non è convertibile in denaro, allora tali valori non costituiscono reddito da lavoro dipendente anche se erogati in maniera differenziata in base a determinati parametri.

Luca Furfaro

Consulente del lavoro con proprio studio, assiste le aziende nella gestione delle risorse umane.
Iscritto all’Ordine dei consulenti del lavoro di Torino, laureato in scienze politiche all’Università degli studi di Torino, partecipa a convegni in materia giuslavoristica e scrive per alcune testate specializzate in materia lavoro.
È stato docente a contratto per il Master in consulenza del lavoro organizzato dall’Università degli studi di Torino.
Autore del libro “L’esperto in tasca – Fisco lavoro e Previdenza, Le novità del 2017” edito da Itedi.

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