Anteprima rubrica Case History: i casi di Welfare Aziendale studiati dai nostri autori

Quando parliamo di Welfare Aziendale, anche in questa rubrica, tendiamo a sottintendere il valore di quello che abbiamo vissuto. Ritornano alla mente, allora, gli esempi più illuminanti di relazioni industriali e rapporti di lavoro come la Olivetti e la sua massima espansione negli anni ‘50 e ’60 con l’istituzione della “Direzione dei Servizi Sociali”. Ma volendo tornare ancora più indietro nel tempo si incapperà in quel periodo, a cavallo tra il XIX e il XX sec., in cui non esistevano politiche sociali strutturate. L’epoca della rivoluzione industriale era nel pieno del suo sviluppo e la cura delle persone era lasciata nelle mani della famiglia, degli enti caritatevoli e di alcuni imprenditori che solo oggi chiamiamo “illuminati”.

I villaggi operai

Realizzare delle abitazioni per gli operai costituiva la normale prassi per l’avvio di un’industria. Siamo negli anni in cui iniziavano i grandi esodi di massa dalla campagna alle città con tutti i problemi di sovraffollamento, salute pubblica e sicurezza. I capireparto decidevano la sorte degli operai e ogni giorno si affrontava la sfida per la sopravvivenza nella promiscuità della sofferenza. Sviluppo industriale e sviluppo urbano andavano così di pari passo anche se, spesso, in maniera incontrollata nell’espansione degli agglomerati urbani attorno ai centri cittadini ancora su pianta medievale (esempio tipico sono gli “slums” inglesi che fanno da sfondo ai racconti di Dickens).

Esempio di quartiere operaio moderno a Mumbai, in India

A queste forme spontanee si accompagnarono esempi di edilizia immaginifica e utopica delle nuove industrie minerarie, ferroviarie o cotoniere guidate da capitani d’industria ispirati da una dottrina sociale. Città giardino, in cui la vita delle famiglie operaie era regolata dall’attività della fabbrica ma era anche “a misura d’uomo”, sospesa tra mondo rurale e industriale nella quale l’azienda metteva a disposizione dei dipendenti medici, scuole, assicurazioni, mutue… Esempi di queste forme immaginarie di vivere la fabbrica sono presenti anche nel nostro Paese. Per citarne alcuni: il villaggio Leumann a Collegno, il villaggio operaio di Schio e quello di Torviscosa. Tuttavia, per alcuni esempi interessanti e per le sue peculiarità, il primo caso trattato in questa rubrica sarà il villaggio operaio di Crespi d’Adda in provincia di Bergamo e le forme prototipiche di immaginare un diverso rapporto tra fabbrica, lavoro e salute.

Lo sguardo adottato dallo scrivente sarà obiettivo: non si tratteranno solo quegli elementi specifici che rendono l’esperienza unica nel suo genere per quanto riguarda il benessere delle persone. Si osserverà, vieppiù, l’insieme delle pratiche interconnesse nell’esperienza del villaggio uscendo anche dai confini stessi della fabbrica per raccontare i rapporti con il territorio e con le persone che hanno abitato quei luoghi. Perché il “Welfare Aziendale” sia sempre una pratica territoriale.

Si ringraziano per il prezioso contributo offerto nella stesura dell’articolo l’Associazione Crespi d’Adda tutta e il presidente Giorgio Ravasio. Non solo per le immagini e i racconti che ci hanno fornito quanto per quell’umana passione e desiderosa curiosità che li animano e ci permettono, a noi tutti, di continuare a perseguire i nostri sogni con un occhio rivolto al passato.

Per ulteriori informazioni visitate il sito Unesco del villaggio.

Alberto Frasson
Alberto Frasson

Con una laurea in Scienze Giuridiche ed una in Politiche e Servizi Sociali, oltre ad esperienze lavorative in uffici di consulenti del lavoro e commercialisti, adotta uno sguardo alternativo sul Welfare Aziendale. Al momento collabora con Well-Work nella progettazione di servizi innovativi. Per questo cerca di andare fuori dagli schemi, dissentire e deviare; in una parola sperimentare soluzioni nuove per affrontare le sfide sociali del futuro. Non gli piace stare fermo e lo chiamano "Il Picchio" perché rompe fino a fare il buco!